Multe a chi non partecipa all’assemblea di condominio, è possibile?

Nessuna norma sanziona l'assenza dall'assemblea: l'art. 67 disp. att. c.c. specifica che la presenza in assemblea può anche avvenire a mezzo di delega.

Nessuna norma sanziona l’assenza dall’assemblea: l’art. 67 disp. att. c.c. specifica che la presenza in assemblea può anche avvenire a mezzo di delega.

 

Nel condominio in cui vivo alle assemblee partecipa sempre poca gente; alle volte così poca che non si raggiungono nemmeno i quorum costitutivi.

L’ultima volta che ci siamo visti e abbiamo potuto deliberare, abbiamo deciso di inserire nel regolamento una clausola che prevede una multa per chi è assente ingiustificato alle riunioni per due volte consecutive.

Ora un condòmino dice che impugnerà quella decisione perché non è possibile che l’assemblea decida su questi argomenti.

È vero, quindi che non possono essere multati quelli che si disinteressano della gestione condominiale?

Assemblea di condominio

L’assemblea è l’organismo decisionale del condominio: com’ha affermato autorevole dottrina essa «è organo naturale (che non richiede alcuna nomina), strutturale e permanente» (Branca, Comunione Condominio negli edifici, Zanichelli, 1982).

Non si può sopprimere la figura dell’assemblea condominiale, contrariamente alla soppressione dell’organismo esecutivo rappresentato dall’amministratore di condominio, la cui nomina, com’è noto, è facoltativa se i condòmini sono meno di nove (art. 1129, primo comma, c.c.).

Dell’assemblea fanno parte quali componenti, alternativamente:

  • i condòmini;
  • gli usufruttuari;
  • i titolari di diritti d’uso e abitazione;
  • i conduttori.

L’art. 1136 c.c. specifica che l’assemblea non può deliberare se gli aventi diritto a partecipare non sono stati regolarmente avvisati; l’art. 66 disp. att. c.c. specifica che tale manchevolezza comporta l’annullabilità della deliberazione, rilevabile entro trenta giorni dalla comunicazione del verbale da chi non è stato convocato. Continua a leggere

Raccolta differenziata dei rifiuti in condominio

La raccolta differenziata ha creato problematiche a causa di condòmini che  lasciano le loro buste di spazzature indifferenziata nei contenitori dei vicini

La raccolta differenziata ha creato problematiche a causa di condòmini che lasciano le loro buste di spazzature indifferenziata nei contenitori dei vicini

 

Raccolta differenziata: la stessa ha comportato l’insorgere di problematiche nuove a causa dei condòmini “pigri”, i quali, accanto ai mastelli di quelli diligenti, lasciano le loro buste di spazzature indifferenziata oppure per fare un dispetto le depositano nei contenitori dei vicini.

Nella mia esperienza di amministratore capita spesso di ricevere foto di esterni condominiali invasi dalle buste di spazzatura di coloro i quali trovano difficoltoso ritirare i mastelli e seguire il calendario della raccolta differenziata; gli altri condòmini, esasperati, mi telefonano lamentandosi dello scempio che c’è di fronte al proprio palazzo e mi trovo costretto a spiegare che più che chiamare una ditta delle pulizie per rimuovere la spazzatura, il sottoscritto non ha nessun potere sanzionatorio sulle “persone”, che si rendono responsabili di comportamenti indegni di membri di un contesto civile.

La circostanza che fa arrabbiare ancora di più coloro che fanno la raccolta differenziata in maniera corretta è il fatto che, se venisse elevata una multa da parte delle autorità competenti in queste circostanze, il destinatario di essa sarebbe l’intero condominio e non solo gli “incivili” per colpa dei quali è stata comminata. Continua a leggere

Odori provenienti dal ristorante in condominio, s’incorre in contravvenzione.

Chi, fuori dai casi consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas o odori  di fumo, atti a imbrattare o molestare le persone va incontro a sanzioni.

Chi, fuori dai casi consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas o odori di fumo, atti a imbrattare o molestare le persone va incontro a sanzioni.

Odori provenienti dal ristorante in condominio.

Probabilmente siamo abituati a ritenere come solo comportamenti come lo sbattimento di qualche tappeto, lo scuotimento delle tovaglie o l’innaffiare le piante sul balcone imbrattando l’appartamento sottostante (Cfr.: Cass. pen. n. 15956/2014), possa integra una condotta penalmente rilevante e, in particolare, la contravvenzione di all’art. 674 c.p., a mente del quale, chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, è punito con l’arresto fino ad un mese o con l’ammenda fino a 206 euro.

In realtà, risponde del reato contravvenzionale di “getto pericolo di cose”, previsto dalla suddetta norma, anche chi, fuori dai casi consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare offese, imbrattare o molestare le persone.

Appare evidente dalla lettura della fattispecie sanzionatoria – rientrante nelle contravvenzioni disposte dal codice penale per le quali è prevista la pena alternativa dell’arresto ovvero della ammenda – che la norma è posta a salvaguardia della pubblica incolumità, pertanto, la condotta del soggetto attivo consistente nel lancio di cose ovvero nell’emissione di gas, vapori o fumi, deve comportare l’imbrattamento o la molestia delle persone, risultando conseguentemente escluso il reato in caso di danno a cose o oggetti.

Ciò posto, un ristoratore capitolino è stato ritenuto dal Tribunale di Roma colpevole della contravvenzione di cui all’art. 674 Cp e condannato alla pena di 500,00 euro di ammenda, per avere provocato l’emissione di fumi e vapori maleodoranti nel cortile condominiale, con conseguente molestia in danno degli utenti del condominio.

Propone appello, poi convertito in ricorso per cassazione l’imputato, il quale muove diverse censure nei confronti della sentenza di condanna.

Da non perdere: Il ristorante produce nuvole di fumo, rumori eccessivi e cattivi odori.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 44257, depositata in data 26 settembre 2017, dichiara inammissibile il ricorso, in considerazione del fatto che risulta impedito al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto (istruttori) posti a fondamento della decisione ma, in ogni caso, sostiene come “la sentenza in esame ha fatto buon governo del principio a mente del quale il reato di cui all’art. 674 cod. pen. (Getto pericoloso di cose) è configurabile anche in presenza di “molestie olfattive” promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera (e rispettoso dei relativi limiti, come nel caso di specie), e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche – e, quindi, valori soglia – in materia di odori>> e che, al fine di valutare la presenza o meno della molestia, si deve tener conto del concetto di <<normale tollerabilità, previsto dall’art. 844 cod. civ. in un’ottica strettamente individualistica”.

Principio già sostenuto in precedenza, allorquando si è affermato che “la configurabilità dell’art. 674 cod. pen. è esclusa in presenza di immissioni provenienti da attività autorizzata e contenute nei limiti di legge, o dell’autorizzazione; osserva il Collegio, infatti, che queste pronunce si riferiscono a casi ben diversi dal presente, nei quali vi era piena corrispondenza “qualitativa” e “tipologica” tra le immissioni riscontrate e quelle oggetto del provvedimento amministrativo o disciplinate dalla legge, tra quelle accertate e quelle che l’agente si era impegnato a contenere entro determinati limiti; situazione nella quale, invero, il rispetto di questi ultimi implica una presunzione di legittimità del comportamento, concepita dall’ordinamento come necessaria per contemperare le esigenze di tutela pubblica con quelle della produzione economica (Sez. 3, n. 37495 del 13/7/2011; Sez. 3, n. 40849 del 21/10/2010; Sez. 3, n. 15707 del 9/1/2009)” (Cass. pen., n. 12019/2015)

Concludendo, in simili fattispecie, trovano applicazione i principi per cui: “a) l’evento del reato consiste nella molestia, che prescinde dal superamento di eventuali valori soglia previsti dalla legge, essendo sufficiente quello del limite della stretta tollerabilità; b) qualora difetti la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testimoni, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti”.